La difficile tutela delle IG

Il problema è economico, ovviamente, ma è anche culturale: mentre l’Europa ha ben chiara l’importanza dell’origine dei prodotti, negli Stati Uniti questo concetto non c’è. Da qui può scaturire (e di fatto è scaturito) ogni problema di “imitazione” di un prodotto agroalimentare a Indicazione Geografico Protetta, sia come modalità di produzione che come nome (il ben noto Italian sounding, di cui il più famoso è sicuramente il Parmesan). Dopo decenni passati a combattere questo fenomeno, è arrivata la mannaia dei dazi aggiuntivi istituiti dall’amministrazione Trump ed entrati in vigore lo scorso 18 ottobre. Inutile nasconderlo: sebbene si siano salvati i vini, sono stati penalizzati formaggi, salumi, liquori e il danno all’economia del settore è notevole.

Secondo l’ICE stiamo parlando di dazi aggiuntivi per 117 milioni di euro sui prodotti italiani DOP ed IGP, e non va dimenticato che sono state colpite ben 93 Indicazioni Geografiche Europee. Per l’Italia, le DOP casearie risultano quelle più penalizzate: ad accusare il colpo più duro potrebbe essere proprio il Parmigiano Reggiano che vedrà aumentare i propri dazi da 2,15 dollari al chilo a circa 6 dollari e sulla cui realtà ricadrà circa il 25% dell’impatto complessivo – circa 30 milioni di euro – che tale misura avrà sul sistema delle IG italiane. Fortemente interessata anche la realtà del Grana Padano, che in USA esporta attualmente circa 75 milioni di euro di prodotto – l’8% del totale esportazioni – e che vede passare il dazio da 2€ a 5,25€ al chilo. Impressionante è l’entità delle perdite che potrebbe subire in un anno il sistema Grana Padano: circa 270 milioni di euro, considerato anche il danno che si riverserebbe sulle 4.000 stalle il cui latte è destinato alla produzione di tale formaggio e i cui introiti sono legati all’andamento del Grana Padano.

L’operazione di Washington sembra essere un segnale per migliorare le condizioni economiche dei produttori statunitensi di latte, oggi sottopagati a meno di 30 centesimi di dollaro al litro, colpiti dalle contromisure cinesi per i dazi USA sull’acciaio e l’alluminio, che hanno fatto crollare della metà l’export di latte e derivati verso il Paese asiatico. 

All’indomani dell’istituzione dei dazi, la potente National Milk Producers Federation ha plaudito al Presidente Trump per la decisione, sottolineando come i prodotti USA non abbiano lo stesso accesso al mercato europeo di quelli UE verso gli USA: il riferimento è chiaro alla tutela delle DOP ed IGP. Come se non bastasse, i produttori USA nel loro insieme, affermano che l’uso di termini quali Asiago, Fontina, Gorgonzola, Grana, Parmesan, ma anche Feta Munster, Havarti, siano di uso comune e dunque vorrebbero essere liberi di usarli anche per i loro formaggi da esportare nella UE, fatto vietato dalla nostra normativa.

In realtà l’importazione di formaggi negli USA rappresenta il 3% della loro produzione, di cui il 2,2% arriva dalla UE e 0,7% dall’Italia.

Ciò che chiede in cambio l’amministrazione americana è irragionevole – ha commentato il Presidente di OriGIn Italia e Presidente del Consorzio Grana Padano Cesare Baldrighi nel corso della conferenza stampa svoltasi a Roma su questi temi – perché si pretende che con la stessa facilità con cui i prodotti italiani entrano nel mercato americano, i prodotti evocativi fatti negli Stati Uniti entrino in Europa. Un conto è la tutela, cioè l’uso delle denominazioni geografiche, un altro è il mercato, cioè i dazi e tali aspetti devono essere tenuti distinti. “.

Le IG portano il nome dei territori nel mondo, ne rappresentano il patrimonio culturale produttivo, sono l’archetipo della sostenibilità economica, ambientale e sociale e soprattutto hanno un rigido disciplinare da rispettare, che offre garanzia di qualità. I Consorzi di tutela li valorizzano – ha aggiunto Baldrighi –  gli accordi commerciali necessari per avere regole comuni per le IG diventano indispensabili perché identificano marchi collettivi territoriali”.

Anche il Ministro per le Politiche Agricole Teresa Bellanova ha affermato la propria contrarietà: “Giù le mani dai nostri nomi. Basta con i furti di identità” e ha lanciato il guanto di sfida ai dazi americani e al contempo invitato le Istituzioni Europee a condannare un attacco di simili proporzioni al sistema delle nostre Indicazioni Geografiche.

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