Il vino italiano più ricercato al mondo? È il Chianti!

In questi giorni siamo tutti chiusi in casa, se si escludono le sporadiche uscite per fare la spesa, e oltre a lavorare al pc (chi può, come me che faccio un lavoro che può essere perfettamente svolto da remoto) si legge di più. Non solo libri, ma anche articoli e, nel mio caso, comunicati stampa.

Gucci, Ferrari, Chianti: i brand italiani noti nel mondo

Mi ha colpito stamattina la comunicazione dell’azienda SEMrush (una piattaforma che gestisce visibilità on line ed effettua analisi di keywords) che ha analizzato le ricerche online effettuate nell’ultimo anno dagli utenti di tutto il mondo, individuando per alcuni dei principali settori del made in Italy quali fossero i brand che suscitano maggiore interesse, in Italia e nel resto del mondo. 

I primi 5 marchi che hanno ottenuto un riscontro maggiore fanno parte di due dei settori per i quali il made in Italy è noto a livello mondiale: la moda, con Gucci in testa (7.398.462 ricerche mensili in media nel mondo, 499.308 in Italia), e le automobili, con le Lamborghini (4.396.154 ricerche mensili a livello mondiale) e le Ferrari (2.641.538 ricerche mensili in media nel mondo, 296.462 in Italia).

Ma come siamo messi nel nostro mondo, il settore enogastronomico? e in particolare, quali vini vengono cercati maggiormente?

Che il brand italiano più famoso e ricercato al mondo sia la Nutella è un fatto noto, che poi nella Top 10 non ci siano più brand ma tipologie di prodotti è comprensibile (se escludiamo Campari e Lavazza). Per i beni di largo consumo alimentari conta più la tipologia del produttore, e per i prodotti di nicchia è difficile che il brand si imponga a livelli planetari. Troviamo quindi i grandi formaggi, soprattutto: mozzarella, gorgonzola (una grande sorpresa per me, mai avrei pensato venissero cercate più informazioni a riguardo che nel caso del parmigiano reggiano, che comunque segue con il grana padano).

L’unico vino che troviamo nella Top 10, per l’esattezza all’8° posto, è il Chianti (generico naturalmente, con buona pace degli amici del Chianti Classico) con 140mila ricerche mensili in media. Sicuramente la cosa non è casuale: il Chianti è noto a livello mondiale anche dal punto di vista turistico e sebbene per un turista in genere la differenza tra Chianti e Chianti Classico sia sconosciuta, sa perfettamente che oltre ad essere un territorio il Chianti è anche un vino. E, con buona pace di tutti, è il vino italiano più noto al mondo. Meraviglia infatti l’assenza del Prosecco tra le prime 10 voci più ricercate all’estero e in Italia, ma tant’è. Nella Top 10 delle ricerche enogastronomiche nel mondo c’è solo il Chianti. Sarebbe stato interessante avere i risultati legati solo al vino, ma un simile studio non è stato fatto.

È nella classifica italiana che troviamo altri due vini (diversi dal Chianti) e precisamente Franciacorta (al 2° posto, dopo la Nutella) con 54.777 ricerche mensili in media, e poi il Barolo, al 9° posto, con 27.354 ricerche mensili. Significa che l’enorme lavoro fatto dal Consorzio della Franciacorta per affermare il brand spumantistico/territoriale ha dato i suoi frutti. Nell’immaginario italiano ormai Franciacorta si posiziona ai vertici della produzione con le bollicine. Che dire poi del Barolo? è talmente un classico che non è strano trovarlo lì…

MONDO

Nutella – 778.923 ricerche mensili in media
Mozzarella – 426.154 ricerche mensili in media
Gorgonzola – 317.385 ricerche mensili in media
Campari – 314.077 ricerche mensili in media
Ferrero – 233.308 ricerche mensili in media
Grana Padano – 181.615 ricerche mensili in media
Lavazza – 169.154 ricerche mensili in media
Chianti – 140.000 ricerche mensili in media
Parmigiano Reggiano – 114.269 ricerche mensili in media
Moka – 99.731 ricerche mensili in media

ITALIA

Nutella – 57.785 ricerche mensili in media
Franciacorta – 54.777 ricerche mensili in media
Ferrero – 53.038 ricerche mensili in media
Motta – 39.423 ricerche mensili in media
Mulino Bianco – 39192 ricerche mensili in media
Lavazza – 31.077 ricerche mensili in media
Campari – 30.400 ricerche mensili in media
Gorgonzola – 28.762 ricerche mensili in media
Barolo – 27.354 ricerche mensili in media
Baci Perugina – 24.962 ricerche mensili in media 

La difficile tutela delle IG

Il problema è economico, ovviamente, ma è anche culturale: mentre l’Europa ha ben chiara l’importanza dell’origine dei prodotti, negli Stati Uniti questo concetto non c’è. Da qui può scaturire (e di fatto è scaturito) ogni problema di “imitazione” di un prodotto agroalimentare a Indicazione Geografico Protetta, sia come modalità di produzione che come nome (il ben noto Italian sounding, di cui il più famoso è sicuramente il Parmesan). Dopo decenni passati a combattere questo fenomeno, è arrivata la mannaia dei dazi aggiuntivi istituiti dall’amministrazione Trump ed entrati in vigore lo scorso 18 ottobre. Inutile nasconderlo: sebbene si siano salvati i vini, sono stati penalizzati formaggi, salumi, liquori e il danno all’economia del settore è notevole.

Secondo l’ICE stiamo parlando di dazi aggiuntivi per 117 milioni di euro sui prodotti italiani DOP ed IGP, e non va dimenticato che sono state colpite ben 93 Indicazioni Geografiche Europee. Per l’Italia, le DOP casearie risultano quelle più penalizzate: ad accusare il colpo più duro potrebbe essere proprio il Parmigiano Reggiano che vedrà aumentare i propri dazi da 2,15 dollari al chilo a circa 6 dollari e sulla cui realtà ricadrà circa il 25% dell’impatto complessivo – circa 30 milioni di euro – che tale misura avrà sul sistema delle IG italiane. Fortemente interessata anche la realtà del Grana Padano, che in USA esporta attualmente circa 75 milioni di euro di prodotto – l’8% del totale esportazioni – e che vede passare il dazio da 2€ a 5,25€ al chilo. Impressionante è l’entità delle perdite che potrebbe subire in un anno il sistema Grana Padano: circa 270 milioni di euro, considerato anche il danno che si riverserebbe sulle 4.000 stalle il cui latte è destinato alla produzione di tale formaggio e i cui introiti sono legati all’andamento del Grana Padano.

L’operazione di Washington sembra essere un segnale per migliorare le condizioni economiche dei produttori statunitensi di latte, oggi sottopagati a meno di 30 centesimi di dollaro al litro, colpiti dalle contromisure cinesi per i dazi USA sull’acciaio e l’alluminio, che hanno fatto crollare della metà l’export di latte e derivati verso il Paese asiatico. 

All’indomani dell’istituzione dei dazi, la potente National Milk Producers Federation ha plaudito al Presidente Trump per la decisione, sottolineando come i prodotti USA non abbiano lo stesso accesso al mercato europeo di quelli UE verso gli USA: il riferimento è chiaro alla tutela delle DOP ed IGP. Come se non bastasse, i produttori USA nel loro insieme, affermano che l’uso di termini quali Asiago, Fontina, Gorgonzola, Grana, Parmesan, ma anche Feta Munster, Havarti, siano di uso comune e dunque vorrebbero essere liberi di usarli anche per i loro formaggi da esportare nella UE, fatto vietato dalla nostra normativa.

In realtà l’importazione di formaggi negli USA rappresenta il 3% della loro produzione, di cui il 2,2% arriva dalla UE e 0,7% dall’Italia.

Ciò che chiede in cambio l’amministrazione americana è irragionevole – ha commentato il Presidente di OriGIn Italia e Presidente del Consorzio Grana Padano Cesare Baldrighi nel corso della conferenza stampa svoltasi a Roma su questi temi – perché si pretende che con la stessa facilità con cui i prodotti italiani entrano nel mercato americano, i prodotti evocativi fatti negli Stati Uniti entrino in Europa. Un conto è la tutela, cioè l’uso delle denominazioni geografiche, un altro è il mercato, cioè i dazi e tali aspetti devono essere tenuti distinti. “.

Le IG portano il nome dei territori nel mondo, ne rappresentano il patrimonio culturale produttivo, sono l’archetipo della sostenibilità economica, ambientale e sociale e soprattutto hanno un rigido disciplinare da rispettare, che offre garanzia di qualità. I Consorzi di tutela li valorizzano – ha aggiunto Baldrighi –  gli accordi commerciali necessari per avere regole comuni per le IG diventano indispensabili perché identificano marchi collettivi territoriali”.

Anche il Ministro per le Politiche Agricole Teresa Bellanova ha affermato la propria contrarietà: “Giù le mani dai nostri nomi. Basta con i furti di identità” e ha lanciato il guanto di sfida ai dazi americani e al contempo invitato le Istituzioni Europee a condannare un attacco di simili proporzioni al sistema delle nostre Indicazioni Geografiche.

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grana-padano

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