Quattro chiacchiere sui vini siciliani per Wineup Expo

Wineup Expo è un Food & Wine Festival che si svolge a Marsala il prossimo novembre con l’intento promuovere la Sicilia enologica, gastronomica e turistica, giunto alla sua terza edizione. Il sottotitolo della manifestazione recita infatti: VIAGGIO FRA STORIA, VINO, OLIO, CIBO, ARTE CULINARIA E INNOVAZIONE.

Nell’ambito della manifestazione si svolge anche il concorso enologico nazionale La Venere Callipigia, per il quale sono stata chiamata in giuria. Proprio in qualità di giurato mi è stata fatta un’intervista che mi piace condividere su questo mio blog.

Tanti paesi stanno emergendo nel panorama enoico mondiale, quali pensate possano essere le strategie da adottare da parte degli storici produttori italiani per mantenere un ruolo di leadership?

I produttori italiani hanno un vantaggio temporale rispetto ai produttori del Nuovo Mondo, essendosi mossi prima, ma questo non significa adagiarsi sugli allori. Bisogna continuare a presidiare i mercati e la cosa migliore è farlo in gruppo, con Consorzi o Associazioni che possano rappresentare un territorio. La presenza di un singolo produttore, per quanto noto, non fa massa critica e non crea mercato relativo a una zona o una denominazione, che è il solo modo per crescere.

La Sicilia ha grandi produzioni di vini con un livello qualitativo ragguardevole, perché stenta ancora così tanto a farsi apprezzare?

Non parlerei in toto di apprezzamento stentato. La Sicilia ha il vantaggio di avere un nome conosciuto meglio rispetto ad altre regioni italiane, ma purtroppo in alcuni mercati questo nome è ancora legato alla produzione di vini da taglio o di basso costo. Gli sforzi che stanno facendo l’Assovini Sicilia, il Consorzio Sicilia Doc e altri gruppi di produttori per far conoscere la produzione di qualità della regione sta già dando i suoi frutti, ma è un processo lento. È indispensabile convincere i grandi buyer. L’importante è non desistere.

In Italia in genere sono le grandi DOC e DOCG ad essere conosciute e riconosciute, la Sicilia invece va avanti per grandi baronati, l’azienda invece che il territorio, è una grande colpa o forse un merito?

È una questione storica. Fino a una trentina di anni fa, nel mare magnum della produzione isolana di basso pregio gli unici a tentare la via della qualità erano poche famiglie che, lavorando bene, sono riuscite ad affermare il loro brand. Sono convinta che questa situazione ha fatto il bene della regione, mostrando anche all’estero che era possibile produrre qualità in terra siciliana. È chiaro che adesso i tempi sono maturi per avviare una strategia di comunicazione dei diversi territori.

E l’idea di riunire tante diversità e peculiarità tutte dentro ad un unico consorzio DOC Sicilia che fagocita inesorabilmente le importanti e territoriali realtà locali? cosa ne pensa?

Dobbiamo considerare che i mercati ormai sono globali e che in nazioni “vergini” è già difficile affermare un territorio grande come la Sicilia. Pensiamo alla Cina: la gente ha difficoltà a identificare l’Italia su una carta geografica, chiedergli di focalizzarsi sulla Sicilia è un grosso sforzo, ma è impensabile che, allo stadio iniziale, possano capire le differenze tra il Nero d’Avola di Eloro e quello di Erice. Del resto, noi italiani parliamo di vini di Bordeaux, quando in realtà si dovrebbe parlare delle diverse zone che hanno caratteristiche differenti tra loro. E quei vini sono presenti sul nostro mercato da decine e decine d’anni.

L’Etna ha assunto il ruolo di padre padrone parlando di immagine e di marketing nel panorama enoico siciliano, ma non tutti i siciliani sono proprio convinti di tale leadership, quanto meno dal punto di vista qualitativo, come spiega invece Lei questo grande successo fra i critici del vino, di un prodotto che spesso è forte delle grandi produzioni di altre zone siciliane?

Vecchio vigneto sull’Etna e secolare vite di nerello mascalese ad alberello

Quello dell’Etna è un fenomeno mediatico che è nato in controtendenza rispetto ai vini siciliani. Mi spiego meglio: che sull’isola si potessero produrre dei vini che non fossero muscolari e “masticabili” ha affascinato critica e consumatori in un momento in cui ci si ribellava a un modello di vino che veniva vissuto come imposto dalla critica statunitense. Questo ha fatto sì che i vini di quel territorio venissero osannati come i soli rispettosi di un’identità territoriale. Si aggiunga che lo story telling dell’Etna è estremamente affascinante, e questo ha fatto il resto. Personalmente sono convinta che sull’Etna si producano buoni vini esattamente come in molti altri territori siciliani, solo che in questa fase storica il resto della Sicilia si trova a dover rincorrere il mito del vulcano.

Spesso la cucina gourmet punta nel costruire la propria carta dei vini a quella nicchia detta dei vini naturali, ma poi gli stessi vini se valutati da esperti enoici non sempre riescono a primeggiare nel paragone con i vini convenzionali, è solo una moda oppure un Vs. pregiudizio nei loro confronti?

Non posso parlare a nome di tutta la critica, ma la posso assicurare che da parte mia e dei colleghi di DoctorWine non esiste alcun pregiudizio nei confronti dei vini naturali, così come nei confronti degli altri vini. Il vino prima di tutto dev’essere buono, poi se proviene da un’agricoltura sostenibile è meglio.  Purtroppo, la dizione di “vino naturale”, di per sé molto suggestiva, non corrisponde ad alcun preciso parametro di produzione e ognuno ci mette dentro ciò che vuole, il che ovviamente è estremamente fuorviante. Non esiste certificazione di legge che riconosca il “vino naturale”.

Noi siamo convinti che il vero principe dei vini siciliani sia il Grillo, ci smentisce?

Perché dovrei? Ne sono convinta anch’io…

Per l’evento più importante della sua vita è costretto a dovere scegliere un vino siciliano, quale?

Se non ho smentito l’affermazione precedente, non mi smentisco neanche adesso: un Sicilia Grillo Doc e ho in mente un paio di produttori dai quali lo comprerei. Quelli dallo stile moderno, tirato e profumatissimo.

Conosce la cucina siciliana? se sì, mi indicherebbe i suoi quattro piatti preferiti e i quattro vini che abbinerebbe?

Conosco e amo la cucina siciliana. Partirei dai classici Arancini di riso, che adoro in tutta la loro versatilità. Difficile qui parlare di abbinamento, proprio in virtù delle infinite possibilità. Diciamo che, trattandosi di un fritto, vorrei uno spumante e dovendomi rivolgere alla produzione siciliana, proverei un Catarratto Brut o uno Chardonnay Brut. Proseguirei con la Pasta con le sarde e il finocchietto e qui ci metterei un Grillo, ma potrei azzardare anche un abbinamento particolare come uno Zibibbo secco, che con la sua aromaticità accompagni la ricchezza gustativa e olfattiva del piatto. Poi un Pesce spada alla ghiotta, che dati i sapori forti abbinerei ad un rosso aromatico e di medio corpo come il Frappato. Per finire cosa se non la Cassata? Ovviamente con un Passito di Pantelleria.

Quanto interessante giudica possa essere la sua esperienza durante WineupExpo?  

Se dovessi giudicare in base alla prima edizione, cui ho partecipato, la giudicherei senz’altro un’esperienza positiva, in quanto compendia al suo interno sia esperienze di tipo enologico che gastronomico che turistico-culturale.