Anticipiamo il Natale con i dolci

Da oltre un mese i supermercati espongono i classici panettoni, pandori e torroni e ormai più di un terzo degli italiani non resiste alla tentazione di aprirli prima delle feste canoniche. Ricevendo regolarmente comunicati stampa da Assolatte, ho deciso di pubblicare questo che suggerisce 6 ricette sfiziose per gustare questi classici dolci natalizi rendendoli ancora più golosi grazie al tocco di latte, panna, ricotta, mascarpone e yogurt. Dolci da gustare come dessert o da provare come alternativa alle solite abitudini a colazione e a merenda.  L’importante è anticipare il tempo sospeso del Natale e non pensare alla dieta.

PS. È il 37% degli italiani che inizia a consumare il panettone molto prima di Natale, lo dice la Doxa. 

Pandoro con crema di mascarpone all’amaretto

Sbriciolare bene 50 g di amaretti secchi. Aggiungere 100 g di mascarpone e 70 g di zucchero a velo. Mescolare bene. Montare un albume con un pizzico di sale e 200 g di panna liquida. Poi unire delicatamente l’albume montato al composto di mascarpone e amaretti. Fare riposare in frigo per almeno 2 ore. Utilizzare la crema per farcire il pandoro.

Praline di pandoro con latte e panna

Mettere in una ciotola 500 grammi di pandoro, una tazzina di latte, due tazzine di caffè, 1 tazzina di cacao amaro setacciato e 100 ml di panna fresca. Miscelare gli ingredienti e lavorare l’impasto finché diventa omogeneo. Dopo averlo fatto riposare per due ore in frigorifero, dividerlo in palline da 3 cm di diametro e lasciare in frigo per un’altra ora. Prima di servirle si possono ripassare le palline con cacao amaro in polvere, zucchero a velo o granella.

Bicchierini di crema di panettone, mascarpone, zabaione e cannella  

Utilizzando una frusta sbattere 6 tuorli in una casseruola, unendo 50 g di zucchero e 2 cucchiai di farina. Poi far cuocere il composto a bagnomaria su fiamma bassa. Aggiungere lentamente 1 bicchiere di Marsala, continuando a mescolare fino a ottenere una crema fluida e omogenea.  Unire 250 g di mascarpone. Aggiungere 75 ml di latte e 1 cucchiaino di cannella in polvere. Mescolare bene con la frusta per amalgamare i diversi ingredienti. Prendere 4 bicchieri e riempirli alla base con uno strato di panettone avanzato. Ricoprire con la crema ottenuta e spolverizzare in superficie con il cacao amaro in polvere.  Proseguire, strato dopo strato, fino a riempire i bicchieri. Decorare con cacao in polvere e scaglie di cioccolato.

Mousse di torrone

Frullare 250 g di mascarpone e 250 ml di panna (anche non zuccherata). Incorporare 20 ml di rhum e 40 ml di latte. Quando la mousse è ben amalgamata, aggiungere 140 g di torrone sbriciolato e mescolare con cura. Suddividere la mousse in ciotoline monoporzione e decorare con una spolverata di torrone tritato e con 50 g di cioccolato tritato.

Panettone alla crema di ricotta e canditi

Frullate bene 300 g di ricotta con 150 g di zucchero,150 g di panna liquida e 2 tuorli fino ad avere un composto cremoso. Montare a parte 2 albumi e incorporarli, a 3 riprese, nella ricotta, mescolando a lungo. Tagliare a pezzettini 100 g di canditi ricavati dal panettone e unirli alla crema. Far riposare in frigo per almeno un’ora. Tagliare il panettone a fette spesse e farcirle con la crema.

Dessert di pandoro e crema alla noce moscata

Versare un tuorlo d’uovo e 30 g di zucchero in un polsonetto. Unire un pizzico di sale e una grattugiata di noce moscata. Quindi immergere in un bagnomaria caldo e montare con la frusta fino a quando il composto sarà intiepidito. Ritirare dal fuoco e continuare a sbattere fino al raffreddamento. Montare insieme 120 g di panna liquida fresca e 60 g di mascarpone con un cucchiaio di rum e un po’ di zucchero a velo. Quindi amalgamare i due composti e lasciar riposare per mezz’ora. Nel frattempo portare a ebollizione 1,5 dl di acqua con 40 g di zucchero, lasciare intiepidire ed aggiungere un goccio di rum. Prendere 200 g di pandoro, eliminare la crosta e tagliarlo a cubetti. Mettere il pandoro in un piattino e versarci sopra la crema.

Lettera a chi ha gettato una lattina in una vigna

Come non essere d’accordo con Susanna Manzin… lei è fin troppo garbata, io forse sarei stata più dura con l’autore del “misfatto”. Ma proprio per questo lo riposto molto volentieri, ha sicuramente ragione lei.

Pane & Focolare

Non so chi sei, ma hai lasciato traccia del tuo passaggio.

In una splendida domenica di sole di fine ottobre, Andrea ed io percorriamo in auto una strada sterrata che entra nella proprietà di una nota casa vitivinicola piemontese. Non c’è muro di cinta, non c’è cancellata, alcuni cartelli ci indicano che siamo in una proprietà privata, ma percorriamo quel viale liberamente, sentendoci accolti. Non c’è anima viva intorno a noi, solo filari a perdita d’occhio, in lontananza borghi e castelli e una chiesetta di campagna. Il panorama è mozzafiato e i colori dell’autunno sono spettacolari. Lungo la via, si apre uno slargo e ne approfittiamo per fermarci, godere di quella bellezza e fare qualche foto.

Ed ecco la sorpresa: sotto un filare, una lattina di birra, che tu hai gettato via.

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La difficile tutela delle IG

Il problema è economico, ovviamente, ma è anche culturale: mentre l’Europa ha ben chiara l’importanza dell’origine dei prodotti, negli Stati Uniti questo concetto non c’è. Da qui può scaturire (e di fatto è scaturito) ogni problema di “imitazione” di un prodotto agroalimentare a Indicazione Geografico Protetta, sia come modalità di produzione che come nome (il ben noto Italian sounding, di cui il più famoso è sicuramente il Parmesan). Dopo decenni passati a combattere questo fenomeno, è arrivata la mannaia dei dazi aggiuntivi istituiti dall’amministrazione Trump ed entrati in vigore lo scorso 18 ottobre. Inutile nasconderlo: sebbene si siano salvati i vini, sono stati penalizzati formaggi, salumi, liquori e il danno all’economia del settore è notevole.

Secondo l’ICE stiamo parlando di dazi aggiuntivi per 117 milioni di euro sui prodotti italiani DOP ed IGP, e non va dimenticato che sono state colpite ben 93 Indicazioni Geografiche Europee. Per l’Italia, le DOP casearie risultano quelle più penalizzate: ad accusare il colpo più duro potrebbe essere proprio il Parmigiano Reggiano che vedrà aumentare i propri dazi da 2,15 dollari al chilo a circa 6 dollari e sulla cui realtà ricadrà circa il 25% dell’impatto complessivo – circa 30 milioni di euro – che tale misura avrà sul sistema delle IG italiane. Fortemente interessata anche la realtà del Grana Padano, che in USA esporta attualmente circa 75 milioni di euro di prodotto – l’8% del totale esportazioni – e che vede passare il dazio da 2€ a 5,25€ al chilo. Impressionante è l’entità delle perdite che potrebbe subire in un anno il sistema Grana Padano: circa 270 milioni di euro, considerato anche il danno che si riverserebbe sulle 4.000 stalle il cui latte è destinato alla produzione di tale formaggio e i cui introiti sono legati all’andamento del Grana Padano.

L’operazione di Washington sembra essere un segnale per migliorare le condizioni economiche dei produttori statunitensi di latte, oggi sottopagati a meno di 30 centesimi di dollaro al litro, colpiti dalle contromisure cinesi per i dazi USA sull’acciaio e l’alluminio, che hanno fatto crollare della metà l’export di latte e derivati verso il Paese asiatico. 

All’indomani dell’istituzione dei dazi, la potente National Milk Producers Federation ha plaudito al Presidente Trump per la decisione, sottolineando come i prodotti USA non abbiano lo stesso accesso al mercato europeo di quelli UE verso gli USA: il riferimento è chiaro alla tutela delle DOP ed IGP. Come se non bastasse, i produttori USA nel loro insieme, affermano che l’uso di termini quali Asiago, Fontina, Gorgonzola, Grana, Parmesan, ma anche Feta Munster, Havarti, siano di uso comune e dunque vorrebbero essere liberi di usarli anche per i loro formaggi da esportare nella UE, fatto vietato dalla nostra normativa.

In realtà l’importazione di formaggi negli USA rappresenta il 3% della loro produzione, di cui il 2,2% arriva dalla UE e 0,7% dall’Italia.

Ciò che chiede in cambio l’amministrazione americana è irragionevole – ha commentato il Presidente di OriGIn Italia e Presidente del Consorzio Grana Padano Cesare Baldrighi nel corso della conferenza stampa svoltasi a Roma su questi temi – perché si pretende che con la stessa facilità con cui i prodotti italiani entrano nel mercato americano, i prodotti evocativi fatti negli Stati Uniti entrino in Europa. Un conto è la tutela, cioè l’uso delle denominazioni geografiche, un altro è il mercato, cioè i dazi e tali aspetti devono essere tenuti distinti. “.

Le IG portano il nome dei territori nel mondo, ne rappresentano il patrimonio culturale produttivo, sono l’archetipo della sostenibilità economica, ambientale e sociale e soprattutto hanno un rigido disciplinare da rispettare, che offre garanzia di qualità. I Consorzi di tutela li valorizzano – ha aggiunto Baldrighi –  gli accordi commerciali necessari per avere regole comuni per le IG diventano indispensabili perché identificano marchi collettivi territoriali”.

Anche il Ministro per le Politiche Agricole Teresa Bellanova ha affermato la propria contrarietà: “Giù le mani dai nostri nomi. Basta con i furti di identità” e ha lanciato il guanto di sfida ai dazi americani e al contempo invitato le Istituzioni Europee a condannare un attacco di simili proporzioni al sistema delle nostre Indicazioni Geografiche.

Quattro chiacchiere sui vini siciliani per Wineup Expo

Wineup Expo è un Food & Wine Festival che si svolge a Marsala il prossimo novembre con l’intento promuovere la Sicilia enologica, gastronomica e turistica, giunto alla sua terza edizione. Il sottotitolo della manifestazione recita infatti: VIAGGIO FRA STORIA, VINO, OLIO, CIBO, ARTE CULINARIA E INNOVAZIONE.

Nell’ambito della manifestazione si svolge anche il concorso enologico nazionale La Venere Callipigia, per il quale sono stata chiamata in giuria. Proprio in qualità di giurato mi è stata fatta un’intervista che mi piace condividere su questo mio blog.

Tanti paesi stanno emergendo nel panorama enoico mondiale, quali pensate possano essere le strategie da adottare da parte degli storici produttori italiani per mantenere un ruolo di leadership?

I produttori italiani hanno un vantaggio temporale rispetto ai produttori del Nuovo Mondo, essendosi mossi prima, ma questo non significa adagiarsi sugli allori. Bisogna continuare a presidiare i mercati e la cosa migliore è farlo in gruppo, con Consorzi o Associazioni che possano rappresentare un territorio. La presenza di un singolo produttore, per quanto noto, non fa massa critica e non crea mercato relativo a una zona o una denominazione, che è il solo modo per crescere.

La Sicilia ha grandi produzioni di vini con un livello qualitativo ragguardevole, perché stenta ancora così tanto a farsi apprezzare?

Non parlerei in toto di apprezzamento stentato. La Sicilia ha il vantaggio di avere un nome conosciuto meglio rispetto ad altre regioni italiane, ma purtroppo in alcuni mercati questo nome è ancora legato alla produzione di vini da taglio o di basso costo. Gli sforzi che stanno facendo l’Assovini Sicilia, il Consorzio Sicilia Doc e altri gruppi di produttori per far conoscere la produzione di qualità della regione sta già dando i suoi frutti, ma è un processo lento. È indispensabile convincere i grandi buyer. L’importante è non desistere.

In Italia in genere sono le grandi DOC e DOCG ad essere conosciute e riconosciute, la Sicilia invece va avanti per grandi baronati, l’azienda invece che il territorio, è una grande colpa o forse un merito?

È una questione storica. Fino a una trentina di anni fa, nel mare magnum della produzione isolana di basso pregio gli unici a tentare la via della qualità erano poche famiglie che, lavorando bene, sono riuscite ad affermare il loro brand. Sono convinta che questa situazione ha fatto il bene della regione, mostrando anche all’estero che era possibile produrre qualità in terra siciliana. È chiaro che adesso i tempi sono maturi per avviare una strategia di comunicazione dei diversi territori.

E l’idea di riunire tante diversità e peculiarità tutte dentro ad un unico consorzio DOC Sicilia che fagocita inesorabilmente le importanti e territoriali realtà locali? cosa ne pensa?

Dobbiamo considerare che i mercati ormai sono globali e che in nazioni “vergini” è già difficile affermare un territorio grande come la Sicilia. Pensiamo alla Cina: la gente ha difficoltà a identificare l’Italia su una carta geografica, chiedergli di focalizzarsi sulla Sicilia è un grosso sforzo, ma è impensabile che, allo stadio iniziale, possano capire le differenze tra il Nero d’Avola di Eloro e quello di Erice. Del resto, noi italiani parliamo di vini di Bordeaux, quando in realtà si dovrebbe parlare delle diverse zone che hanno caratteristiche differenti tra loro. E quei vini sono presenti sul nostro mercato da decine e decine d’anni.

L’Etna ha assunto il ruolo di padre padrone parlando di immagine e di marketing nel panorama enoico siciliano, ma non tutti i siciliani sono proprio convinti di tale leadership, quanto meno dal punto di vista qualitativo, come spiega invece Lei questo grande successo fra i critici del vino, di un prodotto che spesso è forte delle grandi produzioni di altre zone siciliane?

Vecchio vigneto sull’Etna e secolare vite di nerello mascalese ad alberello

Quello dell’Etna è un fenomeno mediatico che è nato in controtendenza rispetto ai vini siciliani. Mi spiego meglio: che sull’isola si potessero produrre dei vini che non fossero muscolari e “masticabili” ha affascinato critica e consumatori in un momento in cui ci si ribellava a un modello di vino che veniva vissuto come imposto dalla critica statunitense. Questo ha fatto sì che i vini di quel territorio venissero osannati come i soli rispettosi di un’identità territoriale. Si aggiunga che lo story telling dell’Etna è estremamente affascinante, e questo ha fatto il resto. Personalmente sono convinta che sull’Etna si producano buoni vini esattamente come in molti altri territori siciliani, solo che in questa fase storica il resto della Sicilia si trova a dover rincorrere il mito del vulcano.

Spesso la cucina gourmet punta nel costruire la propria carta dei vini a quella nicchia detta dei vini naturali, ma poi gli stessi vini se valutati da esperti enoici non sempre riescono a primeggiare nel paragone con i vini convenzionali, è solo una moda oppure un Vs. pregiudizio nei loro confronti?

Non posso parlare a nome di tutta la critica, ma la posso assicurare che da parte mia e dei colleghi di DoctorWine non esiste alcun pregiudizio nei confronti dei vini naturali, così come nei confronti degli altri vini. Il vino prima di tutto dev’essere buono, poi se proviene da un’agricoltura sostenibile è meglio.  Purtroppo, la dizione di “vino naturale”, di per sé molto suggestiva, non corrisponde ad alcun preciso parametro di produzione e ognuno ci mette dentro ciò che vuole, il che ovviamente è estremamente fuorviante. Non esiste certificazione di legge che riconosca il “vino naturale”.

Noi siamo convinti che il vero principe dei vini siciliani sia il Grillo, ci smentisce?

Perché dovrei? Ne sono convinta anch’io…

Per l’evento più importante della sua vita è costretto a dovere scegliere un vino siciliano, quale?

Se non ho smentito l’affermazione precedente, non mi smentisco neanche adesso: un Sicilia Grillo Doc e ho in mente un paio di produttori dai quali lo comprerei. Quelli dallo stile moderno, tirato e profumatissimo.

Conosce la cucina siciliana? se sì, mi indicherebbe i suoi quattro piatti preferiti e i quattro vini che abbinerebbe?

Conosco e amo la cucina siciliana. Partirei dai classici Arancini di riso, che adoro in tutta la loro versatilità. Difficile qui parlare di abbinamento, proprio in virtù delle infinite possibilità. Diciamo che, trattandosi di un fritto, vorrei uno spumante e dovendomi rivolgere alla produzione siciliana, proverei un Catarratto Brut o uno Chardonnay Brut. Proseguirei con la Pasta con le sarde e il finocchietto e qui ci metterei un Grillo, ma potrei azzardare anche un abbinamento particolare come uno Zibibbo secco, che con la sua aromaticità accompagni la ricchezza gustativa e olfattiva del piatto. Poi un Pesce spada alla ghiotta, che dati i sapori forti abbinerei ad un rosso aromatico e di medio corpo come il Frappato. Per finire cosa se non la Cassata? Ovviamente con un Passito di Pantelleria.

Quanto interessante giudica possa essere la sua esperienza durante WineupExpo?  

Se dovessi giudicare in base alla prima edizione, cui ho partecipato, la giudicherei senz’altro un’esperienza positiva, in quanto compendia al suo interno sia esperienze di tipo enologico che gastronomico che turistico-culturale.

Intervistata sul vino “al femminile”

Qualche settimana fa mi ha cercata la collega giornalista Chiara Giorleo dicendomi che, in collaborazione con Luciano Pignataro e per il suo sito lucianopignataro.it, stava realizzando una serie di interviste incentrate sulle donne degustatrici per capire se esiste e come si distingue l’approccio femminile alla critica del vino. Mi diceva che avevano pensato di aprire la serie con me e mi chiedeva se poteva mandarmi una serie di domande per email. La cosa ovviamente mi ha fatto piacere e l’intervista è uscita il 19 aprile.

Questo è il link per chi vuole leggerla nel sito originario, qui sotto la riposto per i pigri (e per il mio archivio personale):

Crescono il numero e la fama delle donne assaggiatrici di vino. Esiste per davvero un approccio “femminile” alla critica del vino o al suo racconto e, nel caso, come si distingue? Come membro dell’Associazione Nazionale Le Donne del Vino mi rivolgo alle critiche di vino in Italia per saperne di più.

Oggi lo chiediamo Stefania Vinciguerra.

Stefania Vinciguerra è giornalista professionista dal 1991, si è avvicinata al mondo del vino negli anni universitari, grazie a un corso dell’Associazione Italiana Sommelier. Affascinata da degustazioni e pubblicazioni sul vino, ha ottenuto, ancora giovanissima, la direzione del mensile Pane & Vino (prima direttrice donna di una rivista di enogastronomia in Italia), ha collaborato con svariate riviste del settore, ha lanciato e diretto anche il mensile Euposìa e attualmente è caporedattrice del webmagazine DoctorWine e della Guida Essenziale ai Vini d’Italia di Daniele Cernilli, nonché responsabile del comitato scientifico del portale/app WineFi24 pensato per gli enoturisti

Quando e come nasce il tuo amore per il vino?

A casa mia non c’era l’abitudine di bere normalmente a pasto, ma il vino non mancava mai in occasione delle feste o delle riunioni familiari e di amici. Questo ha fatto sì che fin da piccola io abbia associato il vino alle occasioni gioiose e quindi abbia accettato con gioia di frequentare il primo corso Ais mai organizzato nella mia città, su suggerimento di mia madre. Seguire quel corso mi ha aperto una prospettiva sconosciuta su quel mondo che mi affascinava, merito anche dei docenti che ho avuto, tra i quali mi piace citare Daniele Cernilli, Sandro Sangiorgi e Stefano Milioni, con il quale in seguito iniziai a lavorare. Quindi un amore precoce.

A tuo avviso, come e quanto credi sia evoluta la critica del vino negli ultimi 20 anni?

Più che evoluta direi involuta, per diversi motivi. Quando ho iniziato io i player della comunicazione (le riviste del settore) erano pochissimi e quindi per entrare e fare critica c’era una selezione dura e rigorosa. Adesso ci troviamo in una fase molto strana: tutti hanno la possibilità di esprimere le loro critiche e i loro giudizi grazie ai social e abbiamo così una pletora di blogger, instagrammer e leoni da tastiera che sparano giudizi più o meno motivati. A prima vista è difficile distinguere tra chi ha capacità tecniche per fare il critico e chi si improvvisa tale. Il punto è che essere un critico di vino non significa dire mi piace/non mi piace. La critica non può essere soggettiva ma deve basare i propri giudizi su parametri tecnici oggettivi, ma questo non tutti sono in grado di farlo, perché richiede grossa competenza e aver assaggiato moltissimi vini.

Quali sono i tuoi riferimenti?

Beh, al primo posto metto senza dubbio il mio direttore Daniele Cernilli, non per piaggeria ma perché ritengo veramente che sia il critico più bravo che abbiamo in Italia. Accanto a lui Riccardo Viscardi, vicecuratore della guida di DoctorWine, molto competente e preparato. Poi, per rimanere in Italia, Ian D’Agata, un vecchio amico che ha una visione internazionale della critica enologica. Quindi Luca Gardini, un talento naturale sempre sopra le righe, ma degustatore d’eccezione. Volgendo uno sguardo all’estero, invece, direi James Suckling, che dopo essere uscito da Wine Spectator ha impostato una linea critica più in linea con lo stile italiano, e Monica Larner di Wine Advocate. A volte non sono d’accordo con i suoi giudizi, ma non si può prescindere da quanto scrive.

Credi che l’approccio alla degustazione cambi tra uomo e donna?

Le donne sono molto attente ai profumi e al giorno d’oggi non si può giudicare un vino senza dare ampia importanza all’olfatto. Premesso questo, si dice che le donne abbiano un approccio più istintivo e che diano giudizi più severi sulle sovrabbondanze tanniche. Questo è sicuramente vero per quanto mi riguarda, ma non saprei dire se è una caratteristica di genere o solo caratteriale.

E come cambia l’approccio ai social e/o al modo in cui il vino si racconta nonché alla formazione di settore?

Il mondo dei social, se si vuole seguire con attenzione, richiede molto lavoro. Postare foto e commenti, condividere un articolo spiegando perché, fare un video non sono cose di un attimo, ci vuole una certa attitudine che sicuramente più che al genere appartiene all’età. I nativi digitali hanno indubbiamente più familiarità con questo tipo di comunicazione di quanto non attenga alla mia generazione. Non vedo molte differenze tra uomini e donne, quanto piuttosto a caratteristiche caratteriali che possiamo riassumere nella capacità di rendere un racconto accattivante. Sulla formazione, invece, credo che le donne abbiano una marcia in più. Del resto tutte le ricerche degli ultimi anni hanno dimostrato che le ragazze studiano, si informano e si formano di più e meglio dei loro coetanei maschi.

Chi vedi nel futuro della critica enologica?

Non è facile rispondere a questa domanda, ma se guardiamo davvero al futuro e quindi agli Under 35, i nomi che mi vengono in mente sono: Lorenzo Ruggeri, romano, international editor del Gambero Rosso, con una formazione all’estero che reputo molto utile. Sissi Baratella, veneta, enologa e comunicatrice. Molto preparata. Poi Davide Bortone, lombardo, giornalista d’assalto (a volte troppo), ma è l’esuberanza giovanile e lo perdoniamo volentieri. Flavia Rendina, romana, degustatrice Onav e giornalista, rigorosa e davvero in gamba.

Amarone, a che punto siamo?

Proprio stamattina leggevo un interessante articolo di Fabio Piccoli, direttore di Wine Meridian, che riportava quanto discusso nel corso di una recente tavola rotonda tenutasi in Valpolicella riguardo il successo raggiunto dall’Amarone e il suo futuro. Mi è sembrato molto stimolante, al punto che ho ritenuto valesse la pena condividerne i punti fondamentali (per chi volesse leggerlo per intero, lo trova a questo link).

In particolare Piccoli si è soffermato su quanto detto da Emilio Pedron, attuale amministratore delegato di Bertani Domains e in passato presidente del Consorzio tutela vini Valpolicella, uno dei manager più coinvolti nel successo dell’Amarone, che è stato tra i vini che, a livello mondiale, hanno riscosso il maggior successo di quest’ultimo ventennio.
“Nel 1997 – ha sottolineato Pedron – venivano vendute circa 2 milioni di bottiglie di Amarone, lo scorso anno ne sono state vendute 14 milioni. Nel 2000 praticamente non esisteva mercato per il Ripasso, nel 2018 sono state vendute oltre 27 milioni di bottiglie di questa tipologia. Sempre lo scorso anno, infine, sono state vendute circa 17 milioni di bottiglie di Valpolicella. Insomma, una vendita complessiva per la denominazione Valpolicella di circa 60 milioni di bottiglie”.
Amarone e Ripasso sono stati i capofila di questo successo. “In sostanza – ha detto Pedron – in meno di vent’anni sono stati convertiti 10 milioni di bottiglie di Valpolicella in Amarone e 20 milioni in Ripasso”.
Una conversione molto fruttuosa se, come ha evidenziato Pedron, ha consentito la triplicazione del fatturato della denominazione passata dai 200 milioni di euro del 2003 ai 600 milioni circa del 2018.
“Senza dimenticare i valori fondiari che sono rimasti sempre elevati in questi ultimi anni – ha spiegato Pedron – attorno ai 500-600.000 euro/ettaro. Con valori della produzione ad ettaro tra i più alti a livello europeo, tra i 27-30.000 euro/ettaro. Se a questo aggiungiamo – ha proseguito Pedron – che dal 1997 ad oggi il valore delle uve per l’Amarone non è mai sceso sotto i 2 euro al kg (a parte nel 2004 unico anno in cui si scese a 1,40 euro/kg), si fa presto a capire che siamo di fronte ad un fenomeno economico che ha pochi eguali”.

Tutto bene allora? Tutto bene ma bisogna prepararsi al futuro e battere il ferro finché è caldo.

La sfida odierna, ha concluso Pedron, è di non rincorrere più il mercato ma di fare entrare l’Amarone nell’alveo dei grandi vini di prestigio a livello mondiale attraverso tre “mosse” fondamentali:

  • ricercare maggiore unicità nel vino, dando più voce al territorio e meno al metodo (appassimento);
  • rincorrere meno le tendenze del mercato che portano a vini più “dolci” ma molto meno eleganti, longevi;
  • difendere il prezzo a tutti i costi, anche accettando la sfida delle diminuzioni delle produzioni.

Buon Amarone a tutti!