Intervistata sul vino “al femminile”

Qualche settimana fa mi ha cercata la collega giornalista Chiara Giorleo dicendomi che, in collaborazione con Luciano Pignataro e per il suo sito lucianopignataro.it, stava realizzando una serie di interviste incentrate sulle donne degustatrici per capire se esiste e come si distingue l’approccio femminile alla critica del vino. Mi diceva che avevano pensato di aprire la serie con me e mi chiedeva se poteva mandarmi una serie di domande per email. La cosa ovviamente mi ha fatto piacere e l’intervista è uscita il 19 aprile.

Questo è il link per chi vuole leggerla nel sito originario, qui sotto la riposto per i pigri (e per il mio archivio personale):

Crescono il numero e la fama delle donne assaggiatrici di vino. Esiste per davvero un approccio “femminile” alla critica del vino o al suo racconto e, nel caso, come si distingue? Come membro dell’Associazione Nazionale Le Donne del Vino mi rivolgo alle critiche di vino in Italia per saperne di più.

Oggi lo chiediamo Stefania Vinciguerra.

Stefania Vinciguerra è giornalista professionista dal 1991, si è avvicinata al mondo del vino negli anni universitari, grazie a un corso dell’Associazione Italiana Sommelier. Affascinata da degustazioni e pubblicazioni sul vino, ha ottenuto, ancora giovanissima, la direzione del mensile Pane & Vino (prima direttrice donna di una rivista di enogastronomia in Italia), ha collaborato con svariate riviste del settore, ha lanciato e diretto anche il mensile Euposìa e attualmente è caporedattrice del webmagazine DoctorWine e della Guida Essenziale ai Vini d’Italia di Daniele Cernilli, nonché responsabile del comitato scientifico del portale/app WineFi24 pensato per gli enoturisti

Quando e come nasce il tuo amore per il vino?

A casa mia non c’era l’abitudine di bere normalmente a pasto, ma il vino non mancava mai in occasione delle feste o delle riunioni familiari e di amici. Questo ha fatto sì che fin da piccola io abbia associato il vino alle occasioni gioiose e quindi abbia accettato con gioia di frequentare il primo corso Ais mai organizzato nella mia città, su suggerimento di mia madre. Seguire quel corso mi ha aperto una prospettiva sconosciuta su quel mondo che mi affascinava, merito anche dei docenti che ho avuto, tra i quali mi piace citare Daniele Cernilli, Sandro Sangiorgi e Stefano Milioni, con il quale in seguito iniziai a lavorare. Quindi un amore precoce.

A tuo avviso, come e quanto credi sia evoluta la critica del vino negli ultimi 20 anni?

Più che evoluta direi involuta, per diversi motivi. Quando ho iniziato io i player della comunicazione (le riviste del settore) erano pochissimi e quindi per entrare e fare critica c’era una selezione dura e rigorosa. Adesso ci troviamo in una fase molto strana: tutti hanno la possibilità di esprimere le loro critiche e i loro giudizi grazie ai social e abbiamo così una pletora di blogger, instagrammer e leoni da tastiera che sparano giudizi più o meno motivati. A prima vista è difficile distinguere tra chi ha capacità tecniche per fare il critico e chi si improvvisa tale. Il punto è che essere un critico di vino non significa dire mi piace/non mi piace. La critica non può essere soggettiva ma deve basare i propri giudizi su parametri tecnici oggettivi, ma questo non tutti sono in grado di farlo, perché richiede grossa competenza e aver assaggiato moltissimi vini.

Quali sono i tuoi riferimenti?

Beh, al primo posto metto senza dubbio il mio direttore Daniele Cernilli, non per piaggeria ma perché ritengo veramente che sia il critico più bravo che abbiamo in Italia. Accanto a lui Riccardo Viscardi, vicecuratore della guida di DoctorWine, molto competente e preparato. Poi, per rimanere in Italia, Ian D’Agata, un vecchio amico che ha una visione internazionale della critica enologica. Quindi Luca Gardini, un talento naturale sempre sopra le righe, ma degustatore d’eccezione. Volgendo uno sguardo all’estero, invece, direi James Suckling, che dopo essere uscito da Wine Spectator ha impostato una linea critica più in linea con lo stile italiano, e Monica Larner di Wine Advocate. A volte non sono d’accordo con i suoi giudizi, ma non si può prescindere da quanto scrive.

Credi che l’approccio alla degustazione cambi tra uomo e donna?

Le donne sono molto attente ai profumi e al giorno d’oggi non si può giudicare un vino senza dare ampia importanza all’olfatto. Premesso questo, si dice che le donne abbiano un approccio più istintivo e che diano giudizi più severi sulle sovrabbondanze tanniche. Questo è sicuramente vero per quanto mi riguarda, ma non saprei dire se è una caratteristica di genere o solo caratteriale.

E come cambia l’approccio ai social e/o al modo in cui il vino si racconta nonché alla formazione di settore?

Il mondo dei social, se si vuole seguire con attenzione, richiede molto lavoro. Postare foto e commenti, condividere un articolo spiegando perché, fare un video non sono cose di un attimo, ci vuole una certa attitudine che sicuramente più che al genere appartiene all’età. I nativi digitali hanno indubbiamente più familiarità con questo tipo di comunicazione di quanto non attenga alla mia generazione. Non vedo molte differenze tra uomini e donne, quanto piuttosto a caratteristiche caratteriali che possiamo riassumere nella capacità di rendere un racconto accattivante. Sulla formazione, invece, credo che le donne abbiano una marcia in più. Del resto tutte le ricerche degli ultimi anni hanno dimostrato che le ragazze studiano, si informano e si formano di più e meglio dei loro coetanei maschi.

Chi vedi nel futuro della critica enologica?

Non è facile rispondere a questa domanda, ma se guardiamo davvero al futuro e quindi agli Under 35, i nomi che mi vengono in mente sono: Lorenzo Ruggeri, romano, international editor del Gambero Rosso, con una formazione all’estero che reputo molto utile. Sissi Baratella, veneta, enologa e comunicatrice. Molto preparata. Poi Davide Bortone, lombardo, giornalista d’assalto (a volte troppo), ma è l’esuberanza giovanile e lo perdoniamo volentieri. Flavia Rendina, romana, degustatrice Onav e giornalista, rigorosa e davvero in gamba.

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Amarone, a che punto siamo?

Proprio stamattina leggevo un interessante articolo di Fabio Piccoli, direttore di Wine Meridian, che riportava quanto discusso nel corso di una recente tavola rotonda tenutasi in Valpolicella riguardo il successo raggiunto dall’Amarone e il suo futuro. Mi è sembrato molto stimolante, al punto che ho ritenuto valesse la pena condividerne i punti fondamentali (per chi volesse leggerlo per intero, lo trova a questo link).

In particolare Piccoli si è soffermato su quanto detto da Emilio Pedron, attuale amministratore delegato di Bertani Domains e in passato presidente del Consorzio tutela vini Valpolicella, uno dei manager più coinvolti nel successo dell’Amarone, che è stato tra i vini che, a livello mondiale, hanno riscosso il maggior successo di quest’ultimo ventennio.
“Nel 1997 – ha sottolineato Pedron – venivano vendute circa 2 milioni di bottiglie di Amarone, lo scorso anno ne sono state vendute 14 milioni. Nel 2000 praticamente non esisteva mercato per il Ripasso, nel 2018 sono state vendute oltre 27 milioni di bottiglie di questa tipologia. Sempre lo scorso anno, infine, sono state vendute circa 17 milioni di bottiglie di Valpolicella. Insomma, una vendita complessiva per la denominazione Valpolicella di circa 60 milioni di bottiglie”.
Amarone e Ripasso sono stati i capofila di questo successo. “In sostanza – ha detto Pedron – in meno di vent’anni sono stati convertiti 10 milioni di bottiglie di Valpolicella in Amarone e 20 milioni in Ripasso”.
Una conversione molto fruttuosa se, come ha evidenziato Pedron, ha consentito la triplicazione del fatturato della denominazione passata dai 200 milioni di euro del 2003 ai 600 milioni circa del 2018.
“Senza dimenticare i valori fondiari che sono rimasti sempre elevati in questi ultimi anni – ha spiegato Pedron – attorno ai 500-600.000 euro/ettaro. Con valori della produzione ad ettaro tra i più alti a livello europeo, tra i 27-30.000 euro/ettaro. Se a questo aggiungiamo – ha proseguito Pedron – che dal 1997 ad oggi il valore delle uve per l’Amarone non è mai sceso sotto i 2 euro al kg (a parte nel 2004 unico anno in cui si scese a 1,40 euro/kg), si fa presto a capire che siamo di fronte ad un fenomeno economico che ha pochi eguali”.

Tutto bene allora? Tutto bene ma bisogna prepararsi al futuro e battere il ferro finché è caldo.

La sfida odierna, ha concluso Pedron, è di non rincorrere più il mercato ma di fare entrare l’Amarone nell’alveo dei grandi vini di prestigio a livello mondiale attraverso tre “mosse” fondamentali:

  • ricercare maggiore unicità nel vino, dando più voce al territorio e meno al metodo (appassimento);
  • rincorrere meno le tendenze del mercato che portano a vini più “dolci” ma molto meno eleganti, longevi;
  • difendere il prezzo a tutti i costi, anche accettando la sfida delle diminuzioni delle produzioni.

Buon Amarone a tutti!