Ricordando Giacomo Tachis

TachisNel 2003 mi capitò di intervistare Giacomo Tachis, il grande enologo, scomparso esattamente un mese fa, il 6 febbraio. “Capitare” è proprio la parola giusta. Gli avevo chiesto un’intervista, infatti, ma con i suoi mille impegni non ci riuscivamo ad incontrare. Ci vedemmo ad una manifestazione in Sicilia, ma anche lì non aveva mai tempo da dedicarmi. Ricordo che mi recai in aeroporto abbastanza affranta, dicendomi che se non ero riuscita mentre ce l’avevo lì a portata di mano, come avrei fatto una volta tornata a casa?

Ed ecco il miracolo: lo vidi all’aeroporto e poi al mio stesso gate, lo vidi salire sull’aereo prima di me e poi prendere posto. Lo credereste mai? Gli era stato assegnato esattamente il posto accanto al mio, lui al finestrino. In pratica era nelle mie mani per un’ora abbondante.

Iniziò così una conversazione piacevolissima, che trattò più di libri e di cultura classica che di vino, ma ci fu tempo per parlare un po’ di tutto… E questo è l’articolo che scrissi al mio rientro.

APRILE 2003 – La criniera di capelli bianchi lo rende simile ai vecchi saggi delle favole e, indubbiamente, Giacomo Tachis è il grande vecchio dell’enologia italiana. Chiunque si occupi di vino prima o poi incontra il suo nome, come quello di uno dei padri della Patria. Basta pensare che il nome di Tachis è legato a quello dei grandissimi rossi toscani che per primi sono partiti alla conquista del mondo: il Sassicaia innanzi tutto, poi Tignanello e Solaia. “Ma io non ho meriti particolari – si schermisce – sono tanti i fattori che contribuiscono a realizzare un grande vino e io sono stato uno di questi”. Ė stato Incisa della Rocchetta ad impiantare il vigneto di cabernet sauvignon, lui si è limitato a ricavarne un vino che, unanimemente a livello internazionale, fin dal suo apparire alla ribalta, è stato dichiarato l’unico in grado di competere con i grandi Châteaux.

Piemontese di nascita “ma non delle zone viticole, sono nato nella pianura tra Torino e Genova: le uniche coltivazioni che vedevo erano cereali”, se si è occupato di vino è stato un caso “mi avevano detto che era facile trovare lavoro nel mondo del vino”, così ha studiato enologia alla scuola di Alba. Ma una cosa che lo interessava era “seguire l’alcool” e così, dopo il militare, inizia a lavorare in una distilleria vicino Bologna. Poi arriva la proposta di Ricasoli, l’ideale per fare esperienza in un’azienda vinicola, e – subito dopo – lo chiama il marchese Antinori. Con Antinori scocca la scintilla: entrato nell’azienda toscana nel 1961 vi si ferma 32 anni, fino all’età della pensione. “Antinori era estremamente all’avanguardia rispetto agli altri. In un periodo in cui molti producevano vino destinato alla distillazione, Antinori poneva il problema qualitativo come primario”. Ed è sempre in questi anni, gli anni Sessanta, che può approfondire una conoscenza determinante per la sua crescita professionale: Emile Peynaud, “il più grande enologo del mondo”, diventa un punto di riferimento per scambi di opinione, approfondimenti, conferma di intuizioni; grazie ad incontri annuali che si protraggono per più di dieci anni, Tachis sviluppa il concetto della tecnologia applicata alla qualità. “Ma tanto si impara da soli, con l’esperienza, con lo studio, con la sperimentazione – che ha un’importanza enorme”.

Tachis+giovane

Giacomo Tachis agli inizi degli anni 2000

Quando arriva l’età della pensione Tachis ha ancora voglia di studiare, di sperimentare, di trasmettere la sua esperienza e allora si dedica ad attività di consulenza, principalmente nelle sue amate isole, la Sardegna, dove fa nascere alcuni dei grandi vini della Sardegna “moderna”, e in Sicilia dove, da oltre un decennio, collabora con l’Istituto regionale della vite e del vino. Quella per le isole è una passione antica, corroborata dall’amore per il mare, supportata dalla certezza che il “vero vino è figlio del Mediterraneo” e la Sicilia è la figlia prediletta di questo mare. “Un mare che soddisfa insieme corpo e spirito: nessun altro mare infatti è al contempo umano e sacro, celebre e familiare”.

E, com’era successo decine di anni prima con la produzione vinicola toscana, che Tachis ha profondamente segnato in senso innovativo, lo stesso miracolo si è riprodotto nell’isola. Se nell’ultimo decennio i vini siciliani hanno compiuto un grande sprint sulla salita verso la qualità il merito si deve ascrivere a lui, l’enologo dalla mano magica. “Ma la Sicilia dovrebbe puntare tutto sui vini rossi, Nero d’Avola in testa”, il che suona già come rivoluzionario se si pensa che oltre il 70% del vino prodotto in Sicilia è bianco. Ma probabilmente seguiranno i suoi consigli: se il “re Mida” del vino dice che il futuro dei vini siciliani è tinto di rosso, conviene dargli retta.

Ma un così grande creatore di vini cosa beve? “Bevo molto poco e sono assai volubile nelle mie scelte: da giovane mi piaceva il Lambrusco o la Barbera, adesso preferisco i vini più strutturati, sia bianchi – come il Vermentino di Sardegna – sia rossi – come i siciliani. Ma amo ancora sentire una nota vivace, anche nei Chianti. Bevo quelli freschi e fragranti, quelli che si trovavano un tempo nei fiaschi. In realtà sono spinto spesso da interessi diversi, mi lascio quasi sempre guidare dalla curiosità organolettica che mi porta, quando assaggio un vino, anche a capire come e dove nasce”.

Oltre al vino un’altra grande passione: i libri, l’amore per la storia. Tachis possiede un’importante raccolta di testi antichi di argomento vitivinicolo, perché cosa c’è di più bello che rilassarsi con in mano un bel libro che parli di storia e di vino?

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